VACHEMENT BIEN

PICCOLI ISOLOTTI

‘putain putain c’est vachement bien, nous sommes quand même tous des Européens’.

questa è Bruxelles in una sola frase.

Arno cantava il Belgio come lingua, da qualche parte tra il francese, l’inglese e l’olandese,
che qui naturalmente si chiama fiammingo.
probabilmente usava anche un po’ di tedesco
e a volte era semplicemente un borbottio.
allora diventa qualcosa che non si può più nemmeno chiamare lingua.

a Bruxelles conosco comunque pochissime persone che parlano la propria lingua tutto il giorno.
tutti prendono parole gli uni dagli altri.
frammentati, frastagliati, piccoli isolotti in fondo.
forse è per questo che la città attira persone
che non entrano completamente in un solo paese,
figuriamoci in una sola lingua.
lo so per esperienza personale.

gli abitanti sono piccole isole,
ma anche la capitale stessa lo è.
19 comuni su 161 km², e valgono tutti la pena.
lo so anche questo per esperienza personale,
ma non ho prove.
successe senza macchina fotografica e senza penna.

un concerto dei Nine Inch Nails all’AB,
troppo vino e una bicicletta malridotta.
svegliarsi a Koekelberg, tra i libri di Herman Teirlinck,
a casa della madre di un’amica, per una colazione intellettuale.

un amore siciliano a Saint-Gilles.
un arabista che aveva vissuto a lungo a Gerusalemme.
vivevamo del suo za’atar fatto in casa.
comprava gli ingredienti in negozietti ‘poco prestigiosi’ a Molenbeek-Saint-Jean.

l’iconico tram 44 che parte da Woluwe-Saint-Pierre.
spesso con me e il mio bassotto Maestro.
la città che lentamente si trasformava in una foresta impressionante.
e poi tornare, stanchi e infangati.

tutte piccole isole che cambiano per ogni abitante.
e in mezzo, terra di nessuno. linee ferroviarie, quartieri di uffici, tunnel.
e poi, all’improvviso, un luogo dove tutto torna al suo posto, come la vera isoletta della capitale,
che tra l’altro galleggia nel Bois de la Cambre.

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